Epoca medievale

 

 

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ALEMANY Rafael (Univ. Alicante), L’episodi d’Artús del Tirant lo Blanc no és un entremés.

 

Entre els capítols 189 i 202 del Tirant lo Blanc (València, 1490) es desenvolupa l’episodi del rei Artús.  Aquest passatge ha inquietat tradicionalment la crítica, perquè trenca el “realisme” general de l’obra: dos dels grans personatges mítics de la matèria de Bretanya, Artús i Morgane, hi assumeixen un coprotagonisme plenament imbricat amb el dels personatges cardinals i “realistes” de la novel·la (Tirant, Carmesina, l’Emperador...), amb els quals es relacionen d’una forma tan natural com, a primera vista, sorprenent

La crítica, des de ben aviat, ha assenyalat aquest contrast i ha assajat d’elaborar hipòtesis convincents per explicar aquesta suposada “incongruència” de la tecnica compositiva dei Tirant. Entre les diverses aportacions una, però, s’ha imposat del manera generalitzada, amb més o menys matisos posteriors: la de Martí de Riquer, per a qui el passatge d’Artús no és sinó un entremés teatral que es representa en la cort imperial com a ficció explícita i, en conseqüència, perfectament compatible amb el “realisme” de l’obra.

Tanmateix, aquesta proposta, si bé té l’atractiu de casar força bé amb la “teatralitat” palesa en diversos moments de l’obra, té l’inconvenient d’estar condicionada per una noció de “realisme” literari un tant apriorística, ucrónica i poc matisada. És a dir, per tal de salvar a ultrança el “verisme” del Tirant, val qualsevol explícacíó, tot i que, en el cas que ens ocupa, i a diferència d’altres seqüències de la novel·la, no hi ha el menor indici narratiu explícit que advertesca que som davant d’una representació teatral.

El meu objectiu és demostrar que l’episodi d’Artús es pot explicar sense necessitat de recórrer a l’expedient de la teatralitat, a la llum d’una consideració més precisa del concepte de “versemblança” literària aplicat a l’època i, en particular, a les narracions cavalleresques, que, de retruc, ens ajuda a entendre millor els pressupòsits estètics que inspiren la nostra novel·la.

 

 

 

ANNICCHIARICO Anna Maria (Univ. Roma 3), Corella: bilanci e prospettive.

 

Ricognizione dei più recenti contributi bibliografici su Roís de Corella in relazione alla problematica sia testuale che letteraria.

 

 

 

 ASPERTI Stefano (Univ. Roma La Sapienza), La battaglia di Muret nella storiografia catalana del Duecento.

 

La battaglia di Muret venne combattutta nel settembre 1213 fra l’esercito catalano-aragonese-tolosano guidato dal re Pietro d’Aragona e dal suo vassallo e alleato il conte Raimondo di Tolosa e l’esercito dei crociati anti-albigesi guidato da Simone di Montfort. Pietro d’Aragona perse la battaglia e la vita; nell’immediato svanirono le speranze dei «meridionali» di opporsi con successo ai crociati francesi e trovò una fine drammatica il disegno espansivo verso la Linguadoca a lungo perseguito dai sovrani catalano-aragonesi; contestualmente, su una prospettiva di più lungo periodo, si aprì la strada alla definitiva riannessione delle provincie meridionali alla corona di Francia.

Questo momento-chiave dell storia catalana e occitanica è stato sino ad oggi esaminato soprattutto da una prospettiva «settentrionale», linguadochiana e in particolare «tolosana»; anche i successivi sviluppi della politica di Giacomo I d’Aragona sono stati giudicati sulla base delle aspettative - andate sempre deluse - circa una possibile rivendicazione da parte del re d’Aragona dei suoi perduti diritti sul mezzogiorno di Francia; diversi trovatori diedero voce a questa aspirazione di rivincita anti-francese. Coerentemente con questa impostazione storiografica, l’accordo concluso da Giacomo I con Luigi IX nel 1259 e noto come trattato di Corbeil è stato letto come una rinuncia unilaterale e, di conseguenza, come una grave sconfitta catalana.

L’esame della rievocazione di Muret in una serie di fonti storiografiche catalane del secolo 13 induce ad una revisione di questi giudizi e ad una riconsiderazione dell’atteggiamento dei catalani nei confronti della realtà occitanica, non costante ed anzi sensibilmente mutevole nel tempo. Si tratta, nell’ordine, delle seguenti opere: la prima redazione in latino dei Gesta comitum barchinonensium; la seconda redazione degli stessi con il volgarizzamento catalano che ne deriva; il Llibre dels feyts di Giacomo I; la Crònica di Bernat Desclot. Un insieme di testi legati alla corte che rappresentano tappe successive di consolidamento della memoria storica catalana e che qui seguiamo nel confronto con la questione cruciale della separazione dal Sud della Francia. L’analisi comparativa offre nuove chiavi di lettura circa l’azione di Giacomo I (le varie redazioni dei gesta comitum e il Llibre dels feyts) e del figlio Pietro il Grande (Desclot) e suggerisce alcune considerazioni circa la nascita di una coscienza nazionale catalana nel corso del secolo XIII, in termini distintivi ed anche marcatamente oppositivi rispetto alla realtà occitanica.

 

 

 

BADIA Lola (Univ. Girona), Bernat Metge medievale: testo, fonti, retorica, interpretazioni.

 

Questa comunicazione prende spunto dall’edizione divulgativa de Lo somni di Bernat Metge che l’autrice ha pubblicato nel 1999, in occasione del sesto centenario della stesura dell’opera. Nella prima parte si esaminano alcune strategie interpretative suggerite da diversi possibili livelli di lettura. Metge scava con cura, infatti, nei testi di alcuni auctores latini antichi e italiani contemporanei, molto stimati alla fine del Trecento, i materiali che gli servono a costruire un’elaborata ed intelligente palinodia, dalla quale emerge il profilo di un eretico epicureo e naturalista, apparentemente aperto alla penitenza.

La seconda parte della comunicazione interroga le tecniche di traduzione e di compilazione di Metge per mettere in risalto, come conclusione, la strada percorsa dallo scrittore dal lavoro d’intarsio di testi altrui (Cicerone, Boccaccio, Petrarca) alla costruzione di una prosa imitativa tutta nuova, nata appunto dalla frequentazione di questi modelli. L’esperienza letteraria de Lo somni, particolarmente per i libri terzo e quarto, dà l’avvio alla grande narrativa del Quattrocento catalano, di Corella, Martorell e dell’anonimo autore del Curial.

 

 

 

BARBATO Marcello (Univ. Napoli Federico II), Catalanismi nel napoletano quattrocentesco.

 

L’intervento si articola nei seguenti punti:

a) breve disamina dei principali canali di penetrazione del catalano nella scripta napoletana quattrocentesca (scritture napoletane di parlanti catalani; traduzioni dal catalano; scritture ufficiali);

b) rapido sondaggio sull’interferenza napoletano-catalano in un testo cancelleresco;

c) analisi dei catalanismi lessicali attestati nei testi napoletani antichi, con attenzione al loro radicamento nella scripta antica e nei dialetti moderni.

 

 

 

BLASCO FERRER Eduard (Univ. Cagliari), Seconda ricognizione dei catalanismi nei dialetti italiani meridionali e sardi: problemi cronologici, geolinguistici e filologici.

 

A piú di 25 anni di distanza il contributo di Alberto Vàrvaro (1974: Prima ricognizione dei catalanismi nel dialetto siciliano) mantiene piena validità e attualità. A dispetto di piú interventi critici e ponderose monografie sull’argomento (Compagna, Massariello, Bruguera, Coluccia, Lupis, Holtus, Toso, Michel fra altri), restano ancora in piedi (enlaire, diremmo in catalano) non pochi quesiti fondamentali relativi alla chiara discriminazione tra origine catalana e castigliana. L’intervento che proponiamo intende procedere a una seconda — sommaria — ricognizione dei catalanismi nei dialetti meridionali dell’italoromanzo (campani, siciliani, sardi), nella quale la nostra attenzione si soffermerà su parametri specifici della ricostruzione: (1) la cronologia dei mutamenti fonetici in catalano; (2) il quadro aggiornato di corrispondenze geolinguistiche, con notevoli precisazioni interne alle aree esaminate; (3) il peso corretto da attribuire all’evidenza filologica in una variegata tipologia testuale.

 

 

 

BUTINYÀ Júlia (UNED Madrid), Un llibre català, un gentil italià i la cultura europea.

 

Una de les obres que es troben a la base de la bibliografia lul.liana es el “Libre del gentil e los tres savis”, obra en què dialoga un gentil amb savis de les tres religions, cristiana, jueva i mahometana. En diversos treballs he projectat la proposta que la font d’aquesta obra, que seguia el “llibre aràbic del gentil” fos el “Llibre de Job”. Això seria congruent amb la idea que de la gentilitat expressava sant Agustí al “De Civitate Dei”, com bé va veure Bernat Metge a “Lo somni”, on feia una altra aplicació: s’identificava amb aquell gentil lul.lià i rescatava com a profetes els gentils de la cultura clàssica. Aspecte fonamental de l’Humanisme que va portar al Renaixement.

D’altra banda, al púlpit del Duomo de Pisa es representa una figura escultòrica, que consta entre les primeres representacions d’un gentil i és obra de Giovanni Pisano. Aquesta figura -que s’ha considerat la d’Hèrcules o bé la de Sansó, tot i que no respon a llurs característiques- podria respondre a les notes peculiars de la figura bíblica de Job.

L’escaiença de l’estada de Llull a Pisa durant aquells anys, així com l’obertura ideològica que aquest pensador representava i que s’aprecia bé al llibre del gentil, car aquest esdevé un model moral per als savis, són importants avui, quan la cultura europea es troba en una altra dinàmica d’obertura i diàleg.

 

 

 

Compagna Anna Maria (Univ. Napoli Federico II), La lingua di Andreu Febrer.

 

Generalmente si dà per noto “che ancora all’inizio del Quattrocento, i poeti catalani componevano le loro liriche in lingua provenzale” e che solo gradualmente, attraverso un processo di “deprovenzalizzazione”, questi poeti approdarono, nella lirica, al catalano vero e proprio, come avviene con Ausiàs March (cfr. in ultimo Beatrice Barbiellini Amidei, Alla Luna. Saggio sulla poesia del Cariteo, Firenze La Nuova Italia, 1999, p. 187).

La comunicazione si propone di confrontare la lingua delle poesie di Andreu Febrer con quella della traduzione di Dante per stabilire se effettivamente si tratti di due lingue diverse, provenzale la prima e catalana la seconda. Il discorso si collega a quello fatto al precedente convegno dell’Associazione: una volta appurato che non sono i poeti catalani di questo periodo a definire provenzale la propria lingua, quanto piuttosto i loro successori (a cominciare da Joan Berenguer de Masdovelles, che, nella seconda metà del sec. XV, dice di tradurre dal limosino in catalano una poesia di suo zio Guillem de Masdovelles, cfr. Compagna 1998), mi propongo di fare un reale esame della lingua di questi poeti e di verificare se i fenomeni segnalati come provenzali non siano riscontrabili anche in testi in versi coevi, non lirici, di cui si dice esplicitamente che sono scritti in catalano, come ad esempio la poesia popolare Los set gotxs del Llibre Vermell de Montserrat, le Cobles de la divisió del regne de Mallorca (1398) e la traduzione in versi della Divina Commedia dantesca di Andreu Febrer del 1429

Se così fosse, l’interesse catalano per la poesia trobadorica del buon periodo, e non più tarda, nella seconda metà del XIV e nel XV secolo, non rappresenterebbe tanto un attardarsi su un modo di far poesia superato altrove, quanto piuttosto un fenomeno anticipatore delle attitudini degli intelletuali castigliani che frequentavano la corte catalano-aragonese, anche in rapporto all’ambiene italiano. Del resto pure il petrachismo fa i suoi primi passi nella letteratura catalana, una letteratura di cui più volte è stato sottolineato il ritardo rispetto alle letterature romanze sorelle e che invece fra la fine del XIV e il XV secolo sembra assumere atteggiamenti decisamente anticipatori per quanto riguarda la poesia e il romanzo cavalleresco.

 

 

 

CORNAGLIOTTI Anna (Univ. Torino), Le fonti catalane della “Cronaca universale genovese” dal ms. Franzoniano 56

 

Nel contributo ci si propone di verificare se la “Cronaca universale” in genovese contenuta nel ms. franzoniano n. 46 di Genova (cc. !-89) contenga un testo veramente dipendente connesso al ms. catalano. Redi 149 della Biblioteca Laurenziana o se le concomitenze già rilevate da Ernesto G. Parodi e in seguito da Luciana Cocito non necessitino di altra spiegazione.

 

 

 

DI GIROLAMO Costanzo (Univ. Napoli Federico II) e FRANCHI Claudio (Univ. Messina), Il progetto del RIALC.

 

Presentazione pratica del Rialc (Repertorio informatizzato dell’antica letteratura catalana. La poesia).

 

 

ESPADALER Anton (Univ. Barcellona), La dansa de Pere Alemany.

 

La dansa de Pere Alemany Ai, senyer,saludar m’ets?, un dels poemes més brillants de l’anomenat Cançoneret de Ripoll, és una bona mostra dels gustos i dels coneixements literaris que hom tenia a la Catalunya de principis del segle XIV encara no contaminada per les idees de Tolosa. Hereva de la tradició sancionada per l’obra de Cerverí, sensible al llegat dels trobadors de finals del XIII, capaç d’acollir ecos del més prestigiosos predecessors, la dansa de Pere Alemany, audaç en el tractament d’un tema car a la manera de fer dels occitans –mitjanceria amorosa-, entenc que és sobretot l’esforcç per portar al terreny de la lírica un argument essencialment narratiu. La intervenció que proposo tracta de fer no solament les fonts no indicades del poema, sinó el procés de transformació experimentat en el canvi de gènere.

 

 

 

Ferrando Antoni (Univ. Valenza), Notes sobre la llengua del Curial. La aportacó linguística italiana.

 

La comunicació s’estructura en dues parts:

a) anàlisi dels discursos lingüístics sobre la novel.la, i

b) examen dels seus trets lingüístics susceptibes de ser considerats com a italianismes.

Els discursos lingüístics sobre la novel.la giren al voltant de:

1) la seva originalitat (Rubió i Lluch, Par, Miquel i Planas, Aramon, Riquer, Rubió i Balaguer, Sansone),

2) la seva dependència d’una redacció italiana anterior, total o parcial (Menéndez Pelayo, Sanvisenti, Comas), i 3) la seva adscripció dialectal (catalanoriental, valencià). Per a l’examen dels trets possiblement italians (lèxic, construccions sintàctiques) es recorre a una comparació sistemàtica amb altres obres catalanes del segle XV que siguin versions d’obres italianes (Fiametta, Flors de virtuts, Deifira i Ecantonfila, Decameron, Divina Comèdia, etc.) i amb d’altres que no ho siguin. S’examina així mateix el tractament de l’onomàstica i l’antroponímia i de qualssevol altres trets  susceptibles de ser considerats italianismes (referents culturals, fonts).

 

 

 

FIGLIUOLO Bruno (Univ. Napoli Federico II), L’orazione funebre per Alfonso d’Aragona di Carlo di Viana.

 

 

 

GAGLIARDI Donatella (Univ. Girona), Note sulla traduzione catalana dell’Elegia di madonna Fiammetta.

 

L’anonima traduzione catalana dell’Elegia di Madonna Fiammetta,  tràdita da tre manoscritti, è stata pubblicata anni fa in edizione critica da Annamaria Annicchiarico. A detta della studiosa, è verosimile che l’autore di questa versione quattrocentesca non fosse un «professionista della letteratura». Ciò spiegherebbe in parte il suo atteggiamento di passiva aderenza all’originale, da cui scaturiscono veri e propri calchi sintattici e lessicali. È mio proposito approfondire lo studio linguistico di questo testo, al fine di rilevare le strategie di traduzione nonché le tipologie di errori e incomprensioni, nell’ambito di una sistematica comparazione con l’originale italiano.

 

 

 

GONZÀLVEZ ESOLANO Héctor (Univ. Alicante), L’artifici de la documentació prèvia o l’estratagema de la traducció: les innovacions del Tirant i del Curial.

 

Al llarg del Curial e Güelfa podem trobar diverses referències a la concepció pragmàtica de la líteratura que devia tenir l’autor anònim. Aquests apunts impliquen una innovació estètica difícil de trobar en. altres obres de la literatura cavalleresca dels segles XV o xvI. Tanmateix, en aquests textos ja hi havia una preconsciència pragmàtica encoberta que traspuava sovint sota la disfressa d’artificis encarcarats. Dos exemples que hi podem adduír són l’estratagema de la traducció o la documentació prèvia.

Amb aquests recursos, els autors de llibres de cavalleries intentaven donar a les obres una versemblança que l’estructura narrativa i els mons ficcional que s’hi desenvolupaven no podien generar. Quan un creador s’aferrava a aquest tipus d’artifici, provava de recuperar certa credibilitat per al seu text amb un mètode oposat al que propugnava Aristòtil. No es curaven de l’harmonia forrnal i estètica necessària per a fer creïble l’obra, sinó que recorrien a un acte de fe gairebé groller. El text esdevenia un pretext. Les nocions de credibilitat i de versemblança no es podien executar sobre la textualitat; ben al contrari, aquesta era un mer cable de transinissió entre el lector i el narrador. Per tant, la credibilítat havia d’atorgar-se a les paraules del narrador fonamentant-se en un breu esinent a una font documental pretèrita.

Tanmateix, el Tirant lo Blanch i el Curial Güe!fa proposen una altra mena de solució per a l’acceptació de la ficcionalitat. Una proposta bastida sobre la possibilitat d’entendre la literatura com un sistema independent amb unes regles pròpies on el valor d’historicitat i verisme reculava enfront del valor de la ficcionalitat i el plaer de la lectura.

 

 

 

GRILLI Giuseppe (IUO Napoli), Traduir el Tirant lo Blanch

 

La comunicació presenta i discuteix aspectes de la traducció, en curs, del Tirant lo Blanch a l’italià.

Els problemes que la traducció presenta, des del punt de vista de l’estructuració interna del text, són pocs, però de importància. La comunicació els estudia en relació i amb exemples relatius a la primera secció de la novel.la, la relativa a la formació cavalleresca del protagonista, i les de Tirant durant les seves estades a la Cort anglesa, a Sicìlia i l’Imperi bizantí.

L’aspecte més interessant des del punt de vista d’una tradicció moderna de la gran novel.la del XV, és representat pel conseguiment d’una unitat d’estil. Unitat que Martorell sabé perfectament aconseguir, tot i utilitzar nivells prou marcats: doctrinals, informatius, decriptius, narratius, dialogats, etc.

Un registre actual, de la llengua de la traducció, es fa necessari per fer del llibre martorellià un text llegible per part d’un public ampli i no especialitzat, ja que el lector universitari, catalanista i medievalista, tindria de totes maneres la possibilitat de llegir-lo directament en català. La traducció deu resoldre per tant el doble repte de mantenir una certa unitarietat d’estil (fet també de compresibilitat i referencialitat),  sense abandonar aquelles peculiaritats que foren de la epòca i de l’ambient. Així, per exemple, cal trobar un punt dolç per les translacions del lèxic estrictament cavalleresc relatiu a tècniques, indumentaria, litúrgies, etc. que no abandoni el text, però tampoc ofegui el lector amb un vocabolari avui incompresible i arqueològic.

Per un altre registre, relatiu a aspectes de la vida quotidiana, cal vigilar i evitar que el joc paròdic, ben present ja des de les primeres manifestacions de relat martorellià, es decanti cap a una situació de procacitat actual, que te avui com a referent una cultura de masses del tot impròpia i abusiva si relacionada amb el Tirant.

 

 

 

GUIA Josep (Univ. Valenza), Sobre algunes datacios d’obres de la literatura catalana de la segona meitat del segle XV.

 

És un fet bastant conegut pels historiadors que la literatura catalana feta a València, en la segona meitat del segle XV, si més no, pateix d’un insufficient suport de dades documentals que aportin informacions fefaents sobre el context en què es prodüiren algunes obres, com ara les informacions relatives a les biografies no només dels autors, sinó també d’impressors i editors i de tots els qui intervingueren, directament o indirecta, en el procés de creació d’un text determinat.

En aquesta comunicació, s’hi aporten noves dades d’arxiu referents a personatges intervinents o esmentats en obres de Joan Roís de Corella (València, 1435-1497), la qual cosa duu a la necessitat de revisar críticament algunes estimacions de datació actualment convingudes. D’altra banda, les dades contextuals aportades concorden amb determinades conclusions estilístiques obtingudes mitjançant el contrast fraseològic entre les obres implicades.

 

 

 

LEAL RIVAS Natasha (Alicante), Algunes notes sobre la pràctica teatral en la Representació de l’Assumpció de Madona Sancta Maria de Tarragona i el Misteri d’Elx

 

L’espectacle dramàtic medieval ocupava un lloc privilegiat en la vida medieval, no només com a acte festiu ans també perquè el teatre incitava a la participació col.lectiva i servia com a element de manipulació ideològica. És fonamental no oblidar que l’espai escénic dramàtic es regia per una centralització de l’escena, de l’acció i dels llocs que, a més, acostumaven a ser simultanis i múltiples. No serà fins el segle XVI quan comencem a trobar els primers escenaris frontals, sobretot, quan els espectacles dramàtics es traslladen a l’interior de les esglèsies. Aquests teatres frontals determinaren una actitud passiva de l’espectador que es dedicà a la mera contemplació de l’espectacle. Altre aspecte important del teatre medieval, en general, és que malgrat l’escassa conservació de textos dramàtics, els espectacles teatrals guanyaren molt en complexitat, riquesa i esplendor decoratives.

Tot això, ho podem traslladar a la pràctica dramàtica catalana durant l’Edat Mitjana, la qual presenta abundants mostres documentals d’una activitat teatral importantíssima que va arrelar de manera profunda en el poble. Finalment, volem referir-nos dins la cultura catalana al conreu dramàtic del tema assumpcionista. Als Països Catalans, el teatre de temàtica assumpcionista va conrear-se d’una manera molt activa. De fet, tenim un dels primers textos en llengua vulgar de temàtica assumpcionista: la Representació de l’Assumpció de Tarragona. Aquest drama és la mostra més explícita de l’ús de l’escenari horitzontal múltiple en les obres representades en una plaça pública. En canvi, la Festa d’Elx és una peça de teatre medieval que dóna fe d’un primicier conreu de l’escena vertical conjugada amb l’escena horitzontal múltiple, de forma harmoniosa al nostre país. Així, per a la duplicitat escènica horitzontal-vertical es fa necessari l’ús d’artefactes aeris per permetre el desplaçament dels personatges.

Aquests dos drames assumpcionistes en llengua catalana, no guarden una estreta relació textual o escènica que hom ha intentat atorgar-los, sinó que parteixen de plantejaments diferents ja sia en la tria de fonts literàries, en el tractament de l’espai escènic, en la selecció musical, etc, per transmetre una finalitat moral, ideològica i pedagògica molt concreta.

El nostre objectiu d’aquest treball és un intent de mostrar que l’estudi del teatre des de l’especificitat de l’espectacle, no sempre lligat al fet literari, ens demostra que la pràctica escènica a les nostres terres, tingué un notable paper en l’avantguarda artística de la darrera Edat Mitjana. De fet centrarem el nostre estudi en la Representació de l’Assumpció de Madona Sancta Maria de Tarragona (S.XIV) i el Misteri o Festa d’Elx (S.XV), drames que mostren aquesta riquesa i vitalitat dramàtica que caracteritzà el teatre medieval català. A més, el fet que un text com el del Misteri el trobem transformat o manipulat en favor d’una espectacularitat populista, no és una raó de pes per menysprear la seva qualitat teatral i considerar-lo poc representatiu en el marc de la creació literària medieval.

 

 

 

LICOCCIA Cinzia (Univ. Roma La Sapienza), Innovazione e riuso delle fonti liriche nella poesia catalana medievale.

 

Nello studio delle fonti della poesia catalana medievale, l’attenzione degli studiosi è stata rivolta soprattutto ad individuare l’influenza di tre tradizioni poetiche: piuttosto pacificamente si è accettato di riconoscere l’influenza trobadorica, di per sé evidente; si è  affermato che i poeti catalani del XIV e XV secolo risentono già dell’influenza della poesia italiana, ma lo si è anche repentinamente negato; ancora più duri sono stati i dibattiti riguardanti l’influsso della poesia francese.

Il disaccordo tra gli studiosi trae origine dalla difficoltà di far risalire il debito poetico ad una fonte precisa piuttosto che ad un’altra: la poesia catalana riprende, infatti, soprattutto luoghi comuni e formule ricorrenti della poesia precedente. È così che, volendo prendere ad esempio la poesia trobadorica, nei commenti alle edizioni dei poeti catalani abbondano le citazioni plurime di trovatori, ma difficilmente si afferma che la fonte è riscontrabile in una poesia trobadorica ben precisa.

Alla fine del millennio è giunto forse il momento di sistematizzare la ricerca delle fonti liriche della poesia catalana medievale. E ciò, non tanto perché sentiamo la necessità di sapere quali erano le colonne portanti della cultura di questi poeti, ma piuttosto in quanto si avverte l’esigenza di comprendere più profondamente il modo in cui le tradizioni poetiche precedenti venivano percepite ed assimilate ed i meccanismi di riuso delle fonti letterarie. Il modo, insomma, in cui cambiava il processo creativo.

Lo studio dei primi versi delle composizioni può essere un punto di partenza per l’esame del modalità di riuso delle fonti nella poesia catalana medievale. L’esordio è infatti una delle parti della poesia che gode della massima cura formale da parte dell’autore, perché riveste la funzione, importantissima, di accogliere il pubblico e di presentare la composizione poetica. Se nei trovatori occitanici l’esordio rispondeva a determinate caratteristiche e si costruiva seguendo determinati artifici retorici, nella poesia catalana, dalle composizioni tràdite dal Cançoneret de Ripoll fino a Jordi da Sant Jordi, esso cambia i propri tratti essenziali. Ma è proprio il cambiamento che può offrire la portata dell’innovazione rispetto alla poesia precedente e può anche aiutare ad individuare le fonti.

Non si potrà qui procedere sistematicamente, ma si mostreranno alcuni casi di intertestualità dell’esordio che coinvolgono testi di poeti catalani (Andreu Febrer, Jordi da Sant Jordi, etc.) e testi che pertengono a poesie in altre lingue, soprattutto la occitanica (ad esempio, Giraut de Borneill, Cerverí de Girona), ma anche la italiana (Francesco Petrarca).

Può essere questo il primo passo per rilevare alcune tecniche di riutilizzazione delle fonti da parte dei poeti catalani.

 

 

 

MARTÍ Sadurní (Univ. Girona), Scavi nella tradizione del Llibre dels àngels di Francesc Eiximenis.

 

Il Llibre dels àngels (1391) del francescano Francesc Eiximenis ha una delle più interessanti storie testuali dell’ambito catalano. Una trentina di manoscritti, diverse stampe antiche e una ampia tradizione indiretta: latina spagnola, francese e fiamminga –e anzi le possibili implicazioni della sua diffusione transoceanica- danno a quest’opera di divulgazione angeologica un interesse eccezionale. Nella mia comunicazione esporrò i primi risultati delle indagini sulla ‘miniera di storie’ dei suoi testimoni, con esempi tratti soprattutto dalla collatio del Libro Secondo.

 

 

 

MARTÍNEZ ROMERO Tomàs (Univ. Castelló de la Plana), Motius, temes i influències de literatura catalana entre els segles XV i XVI.

 

La proposta de comunicació té bàsicament dos aspectes. En el primer, intentaré mostrar la influència de Corella sobre autors dels segles XV i XVI. En la segona part, marcaré motius i temes que ja es localitzen en el Cançoner satíric valencià i que retrobarem en poemes del XVI.

Quant a les influències de Corella sobre autors posteriors, se n’ha parlat i generalment s’ha indicat que el magisteri de Corella acaba l’endemà de la seua mort. Si aquesta afirmació té un grau notable de certesa, també és veritat que cal matisar molt i esbrinar més profundament en autors i en obres de finals del segle XV i dels anys primerencs del segle següent, on sí que hi ha matèria corellana, com m’encarregaré de destacar (a partir de textos de Gassull, Montcada, Péreç...). De fet, la influència corellana no és ni pot ser la mateixa que retrobem en March. Confirmaré, doncs, que els autors sobre el quals Corella té ascendència, el segueixen fonamentalment en la imitació lingüística més que no ideològica i poètica, motiu pel qual, en passar l’afecció per la valenciana prosa, s’esvaeix l’ombra del gran escriptor.

Paral·lelament a la difusió de l’obra de Joan Roís de Corella, un grup heterogeni d’escriptors valencians busquen en temes i motius (fonamentalment d’arrel popular i de tractament popular i culte) el seu camp d’actuació. L’estudi de l’ús d’aquests mateixos temes en obres del XVI ens farà redescobrir la manca de línies de separació tan taxatives entre allò que s’ha (mal)anomenat època medieval i decadència. Però també que cal canviar la imatge d’un Gassull o un Fenollar que ignoren del tot les propostes literàries o que tenen una ínfima preparació literària. De la mateixa manera, observarem que allò que Romeu vinculava bàsicament al segle XVI, el conreu de la literatura popular per autors cultes, té una important arrel en el segle anterior.

 

 

 

MARTOS Josep Lluís (Univ. Alicante), La presència de Boccacio en les proses mitològiques de Joan Roís de Corella.

 

El problema de les fonts dels textos medievals és força complicat. En moltes ocasions es redueix en excés. Quan aquests textos són mitologics, hi ha una forta tendència a la simplificació: se cerquen fonts clàssiques sense tenir en compte els pseudo-clàssics, es a dir, la tradició medieval. La mitografia ofereix en l’edat mitjana una quantitat de manuals important, que són un referent fonamental per a l’escriptor i l’artista medieval. Entre aquests hem de destacar-ne un, de gran influència en la tardor medieval: ens referim a la Genealogia deorum gentilium de Boccaccio. Corella no és aliè a aquesta tradició i, juntament amb petges d’altres textos mitològics i/o mitogràfics medievals, empra el manual boccaccià com a repertori de referència, com comprovarem en aquesta comunicació que proposem.

No obstant això, no és tan sols el Boccaccio llatí i mitogràfic el que Corella deixa entreveure en les seues proses mitològiques, sinó també el “vulgar”, el de la Fiammetta. Aquestes obres corellanes s’han d’incardinar dins un context de ficcó sentimental que imperava a la península Ibèrica aleshores, model que prenia com a punt de partença les Heroides i de la Fiammetta.

Aquesta comunicació té com a objectiu central demostrar, doncs, amb manlleus concrets, principalment, la dependència d’alguns passatges de les proses mitologiques corellanes respecte de la tradició boccacciana.

 

 

 

MINERVINI Vincenzo (Univ. Bari), Comunicare nei classici catalani.

 

    Si esaminano i modi di comunicare all’interno di testi catalani del XIV e XV secolo, senza escludere preventivamente altri apporti, anche in relazione a qualche traduzione, con lo scopo di avviare una ricerca sulla comunicazione e l’interpretazione di e fra scritti di varia natura, magari anche non omogenei.

 

 

 

MIRA Eduard (Instituto Cervantes, Napoli), Napoli catalana: dagli Angiò agli Aragonesi.

 

 

 

MURANO Antonella (Univ. Napoli Federico II), I trionfi del Petrarca della Biblioteca Nazionale di Valenza.

 

 

 

OLIVA Anna Maria (Cagliari) e SCHENA Olivetta (Cagliari), Il regno di Sardegna tra Spagna ed Italia nel Quattrocento. Cultura e società: alcune riflessioni.

 

Rispetto alle molteplici problematiche relative al regno di Sardegna nel Quattrocento si intendono esaminare prevalentemente gli aspetti culturali di quella società. La storia della società sarda del Quattrocento non è stata ancora studiata in modo approfondito. La mancanza di studi sulla cultura si avverte ancor di più dal momento che altri aspetti di quella realtà: storici, istituzionali  e giuridico amministrativi sono invece stati esaminati in modo più approfondito. Sino ad oggi si sono privileggiate le fonti pubbliche ma questo studio intende invece utilizzare le poche ma interessantissime fonti private che consentono meglio di descrivere il paese reale a volte distante ma non per questo meno ricco ed interessante del paese legale.

Dopo una breve introduzione storica sul Quattrocento sardo che consenta di inquadrare la situazione politica e quindi di mettere a fuoco i molti rapporti che legavano profondamente il regno di Sardegna al contesto mediterraneo e non solo catalano-aragonese, la ricerca si propone di individuare alcune categorie di persone che più delle altre ebbero rapporti con la cultura e con i suoi strumenti  e di approfondire l’esame degli ambienti nei quali queste persone  operarono: il Clero, la Nobiltà,  i funzionari dello stato e l’emergente borghesia con i notai ed i mercanti.

Per ciascuna di queste categorie sono state individuate alcune figure di spicco di cui, ove possibile, si è cercato di mettere a fuoco l’ambiente culturale di appartenenza ed il proprio rapporto con gli ambienti culturali isolani. È emersa una realtà molto più ricca, articolata ed internazionale di quanto non si sia sino ad ora ritenuto. Verranno inoltre affrontati alcuni temi strettamente legati alla cultura quali la scuola, la scrittura, la stampa e la lingua.

Quelli che vengono presentati non sono comunque i risultati definitivi di una ricerca conclusa ma  alcuni degli elementi emersi da una ricerca che intendiamo più ampiamente sviluppare.

 

 

 

Orazi Veronica (Firenze), Precisazioni ecdotiche sulla Crònica di Ramon Muntaner.

 

La proposta di comunicazione si inquadra nell’ambito di un progetto di ricerca iniziato nel 1997 e relativo allo studio della tradizione manoscritta dell’opera muntaneriana. Con il conferimento di una borsa di studio dell’Institut d’Estudis Catalans di Barcellona sono state intraprese l’analisi e la collazione dei testimoni barcellonesi-valenziani, proseguite in seguito con l’allargamento dell’indagine al resto della tradizione diretta.

Allo stato attuale delle ricerche è possibile anticipare alcuni aspetti inerenti i testimoni che tramandano la cronaca e le relazioni intercorrenti tra di essi: la collazione integrale dei codici e l’analisi comparativa della varia lectio, infatti, rivelano tratti interessanti, che contribuiscono a precisare questioni spesso ancora non del tutto chiare o piuttosto disattese.

In particolare si è fatta luce sul profilo generale di ciascun testimone, rispetto alle notizie più recenti (cfr. Soldevila 19832, BOOCT, BITECA); sulla natura in gran parte rielaborativa del ms. Bibl. de Catalunya 487 (al quale sono state dedicate alcune considerazioni presentate in altra sede), sulla scorta di Coll i Alentorn 1928 e procedendo oltre attraverso l’identificazione precisa delle tipologie di intervento sul testo e di conseguenza delle tendenze e dell’intento dell’operazione; sui rapporti -reciproci e intercorrenti con il resto della sezione barcellonese-valenziana- delle attestazioni parziali tràdite dai mss. Bibl. Universitària 67 (Barcelona), Bibl. Seminari Conciliar 74 (Barcelona), Bibl. General i Històrica 212 (València), di contro a Nicolau d’Olwer 1936. Si è infine rilevata la sostanziale coincidenza tra gli esiti dell’indagine realizzata sul testo storiografico e i risultati dell’analisi ecdotica circoscritta invece al solo Sermó (Milà i Fontanals 1880, Perugi 1975).

Il progetto investigativo intrapreso, dunque, sebbene ancora in fase di svolgimento data l’entità dell’impegno che presuppone, può sin d’ora fornire indicazioni utili e interessanti, volte all’inquadramento delle caratteristiche proprie della tradizione manoscritta della Crònica muntaneriana, di ciascuno dei suoi testimoni e delle relazioni intercorrenti tra di essi.

 

 

 

PERRICCIOLI Alessandra (II Univ. Napoli), Il codice I B 22 della Biblioteca Nazionale di Napoli.

 

 

 

PERUJO MELGAR Joan M. (Univ. Alicante), Jaume Conesa: afanys i paranys d’un traductor (1367-74).

 

La Historia destructionis Troiae (1287) de l’italià Guido delle Colonne va ser introduïda en l’àmbit català per mitjà d’una traducció sorgida en l’entorn de la cort reial de Pere el Cerimoniós. Gràcies, en bona mesura, al mestratge del traductor, les Històries troianes (o Lo Troyà), nom amb el qual és coneguda la versió catalana de Jaume Conesa (elaborada entre 1367 i 1374), es va convertir en un model de prosa imitat pels grans narradors de la literatura catalana medieval (Martorell, Corella, etc.).

Hom ha remarcat que no ens hauria de sorprendre, a partir de l’anàlisi dels mètodes dels nostres traductors medievals, trobar-nos-hi “un quadre alarmant d’infidelitats i tergiversacions” (Badia 1991). Tanmateix, Conesa, en general és aliè a la tendència present en altres traductors a glossar el text amb comentaris o a introduir-hi canvis per motius de censura. La seua traducció,  entesa en els paràmetres de l’activitat traductològica medieval, ha estat ben considerada en conjunt; segons paraules de Martí de Riquer (1964, 22), Conesa “té consciència de traductor escrupolós” i la seua traducció escapa de l’esclavització del cursus llatí, tant habitual en altres versions, ja que la seua prosa “és ensems clara i precisa, amb un substrat de sintaxi llatina severament mesurat”.

L’objectiu d’aquesta comunicació és, precisament, posar en relleu, mitjançant l’acarament entre el text llatí i el text català (objecte de la nostra tesi doctoral), els elements necessaris per a valorar l’activitat traductològica de Conesa, considerada a partir del contrast entre els objectius de la seua traducció explicitats en la nota preliminar (els afanys) i les dificultats que ha d’afrontar en el trasllat del text de Colonne (els paranys). Tan sols el balanç entre els errors (la diversa tipologia d’errors) i els encerts del traductor ens permetrà avaluar correctament el seu treball. 

 

 

 

PILLITTU Aldo (Cagliari), Il tema del compianto tra scultura e pittura in Sardegna (XV- XVI secolo).

 

Il contributo intende ricostruire l’evoluzione del tema del Compianto sul Cristo morto nella dinamica instaurata in Sardegna fra immagini scultoree e pittoriche.

Risalgono alla seconda metà del Quattrocento i più antichi esempi sardi, conservati in Cagliari rispettivamente nella chiesa di S. Giacomo e nella Cattedrale, costituiti da figure non tutte coerenti per materiali e per caratteri formali, per cui è lecito supporre che i gruppi abbiano avuto origine da un assemblaggio di insiemi diversi.

La tradizione del Compianto, composto dalle otto figure canoniche (Maria Vergine, Giovanni evangelista, Maria di Cleofa, Maria Salom, Maria Maddalena, Nicodemo, Giovanni d’Arimatea, il Cristo deposto), appartiene alla cultura catalana, nel cui ambito vanno individuati - almeno sotto il profilo della tipologia - i riscontri con le opere cagliaritane (chiesa di S. Anna a Barcellona, Museu Epíscopal di Vic).

Di altri rimane solamente una memoria documentaria: uno fu richiesto al pittore cagliaritano Antioco Mainas (1562), un altro allo scultore Scipione Aprile (1580), probabilmente autore di un altro gruppo per la Cattedrale di Cagliari cui potrebbe riferirsi una superstite Maria Vergine in terracotta.  Sono finora noti altri due gruppi, citati appena e mai studiati, nella chiesa di S. Maria di Betlem a Sassari e nella parrocchiale di S. Vito a Gergei, entrambi da assegnarsi al Cinquecento.  Il secondo, in particolare, riveste un interesse fondamentale, per gli evidenti punti di contatto con il bellissimo dipinto raffigurante il Compianto attribuito al massimo pittore sardo del secolo, Pietro Cavaro.  Il gruppo di Gergei si differenzia per una concezione unitaria dello spazio scenico che presuppone un punto di vista unico, esprimendo nel contempo una intensa carica drammatica coerente con quella sentita nelle opere pittoriche del Cavaro.

L’apertura alla lettura dell’imago propria delle figure, aldilà della materiale realizzazione in scultura o in pittura, permette di leggere con nuovi occhi quello che è forse il più antico dei Compianti in Sardegna, ossia la tavola superiore del Retablo di San Bernardino nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari, realizzato per il convento francescano in Stampace nel 1455 dai catalani Rafael Tomàs e Joan Figuera; con ogni evidenza le figure della Crocefissione ritraggono le figure di un gruppo scultoreo in terracotta, tramandandone la memoria.

 

 

 

POLANCO ROIG Lluís (Univ. València), L’influx de la Cort Napolitana en la lexicografia humanística catalana: el ‘Liber elegantiarum’ de Joan Esteve.

 

El Liber elegantiarum, del notari valencià Joan Esteve, constitueix un dels fruits més originals i extravagants del nou humanisme filològic del segle XV a les terres de llengua catalana. Es tracta, com és ben sabut, d’un frasari-diccionari català-llatí, d’extensió considerable, que combina alhora una tècnica complexa i heterogènia amb una gran diversitat de fonts, tant clàssiques com, sobretot, medievals i renaixentistes. Des de fa temps hom havia reclamat —i sovint promés— una edició crítica del Liber, amb l’anotació de totes les innombrables errades, sobretot tipogràfiques, que s’hi poden detectar, i amb la identificació de les variades procedències dels fragments que componen l’obra. En aquest sentit es van manifestar, per exemple, J. Ribelles Comín (Bibliografia de la lengua valenciana, 1915-1984), Francesc de Borja Moll (1960, 1960b, 1977, 1980), Joseph Gulsoy (1964) o G. Colon i A.-J. Soberanas (1986). Aquesta edició crítica, disponible ja des de fa poc (L.B. Polanco 1995, en curs de publicació) juntament amb uns índexs complets de mots catalans i llatins, i acompanyada d’un complet estudi bibliogràfic, biogràfic, filològic i lexicogràfic, ha possibilitat avanços significatius en el coneixement de la vida i obra de l’autor, del seu mètode de treball, i del context cultural i històric en què es va gestar el Liber elegantiarum. Entre altres aportacions importants, s’ha pogut demostrar, per exemple, l’activitat de l’autor, Joan Esteve, com a curial a l’escrivania reial de Nàpols. Aquest fet explica per ell mateix moltes de les característiques bàsiques del Liber. D’una banda, la profunda empremta de tota una sèrie de produccions inequívocament italianes que, en part, ja havien estat suggerides (com el Liber facetiarum de Poggio Bracciolini, les Sententiarum variationes de Stefano Fieschi, o l’Epistolarum liber de Francesco Filelfo, entre altres). Moltes altres influències igualment significatives, però, tant medievals (el Catholicon, fonamentalment) com sobretot humanístiques, ni tan sols sospitades fins ara, han pogut ser documentades amb certesa per primera vegada: les obres de Bartolomeo Facio, Guarino da Verona, Gasparino Barzizza, Gianmario Filelfo, Niccolò Perotti, Lorenzo Valla, i encara altres autors dels quals pretenem donar alguna primícia. La influència de tots aquests autors, a més, no sols es pot rastrejar en els continguts, sinó, particularment, en la tècnica, aparentment caòtica, adoptada per Esteve. En definitiva, les noves dades disponibles permeten de concebre aquesta rara avis de l’humanisme català com un producte inequívoc de la cort napolitana d’Alfons el Magnànim i del bigarrat i sovint contradictori ambient cultural que s’hi respirava. El fet que siga un autor valencià l’encarregat de traslladar aquestes influències als regnes hispànics del Magnànim confirma el paper d’enllaç que València va jugar al segle XV (i principis del XVI) entre Itàlia i la Corona d’Aragó.

 

 

 

PUIGDEVALL Núria (Univ. Napoli Federico II), La mirada en Laquesis.

 

 

 

QUER I AIGUADE Pere (Universitat de Vic), Una narració llatina coetània de la conquesta de Nàpols en una crònica de Jaume Marquilles.

 

Jaume Marquilles va escriure a mitjan segle XV, des de la seva ja coneguda faceta de jurista, un comentari als Usatges de Barcelona en el qual hi incorporà una petita compilació històrica. La croniqueta, llatina com el comentari, parteix de fonts conegudes (de la línia dels resums de la Historia de rebus Hispaniae de l’arquebisbe de Toledo Rodrigo Jiménez de Rada) excepte en les darreres èpoques, inclosa la d’Alfons el Magnànim —encara regnant quan acaba el text. És en aquesta part on s’hi troba un fragment que narra la conquesta de Nàpols. La transcripció (unes 900 paraules), presentació i comentari d’aquest fragment és el propòsit de la comunicació.

 

 

 

RAMELLO Laura (Univ. Torino), Testi poetici da un codice miscellaneo quattrocentesco.

 

L’indagine su testi catalani di varia natura ha condotto all’individuazione, all’interno di un codice miscellaneo, di tre ballate di argomento amoroso che risultano a tutt’oggi inedite. Nel portare finalmente alla luce tali testi, scopo della ricerca è quello di tentare un loro inquadramento nel più ampio panorama della produzione lirica catalana, analizzandone e raffrontandone le tematiche in essi contenute.

 

 

 

RENEDO Xavier (Univ. Girona), Un exemple de Bernardino da Siena en el Tirant lo Blanc.

 

La font de «la comparació de la vinya que fa Hipolit a l’emperadriu» (capitol CCLXIII del «Tirant lo Blanc») és un dels exemples mes famosos de Bernardino da Siena. En la comunicació es fara una anàlisi de les transformacions que va patir l’exemple del menoret tosca en les pàgines de la novel.la del cavaller valencià. També s’intentarà donar una explicació de com va arribar l’exemple a les  mans -o a l’oida- de Joanot Martorell.

 

 

 

RIGOBON Patrizio (Univ. Bologna e Univ. Venezia), A proposito della “Consolatio venetorum et totius gentis desolatae” di Raimondo Lullo.

 

L’opera di Llull «Consolatio venetorum et totius gentis desolate» rappresenta senza dubbio uno dei suoi scritti meno conosciuti, persino agli stessi specialisti lulliani. Tuttora inedita, essa è trasmessa da due mss: il BN LAT 15145 della Bibliothèque Nationale di Parigi e il VAT. LAT. 13680 dell’Apostolica Vaticana. La comunicazione verterà sulla presentazione del contenuto dell’opera che riassumo di seguito brevemente. Llull narra di aver incontrato in un prato vicino a Parigi un tal Pietro Veneto che gli dice di essere assai triste per la situazione dei veneziani, fatti prigionieri dai genovesi a seguito dello sfavorevole esito di una battaglia (quella di Curzola che vide, tra l’altro, anche l’incarcerazione di Marco Polo). Llull cerca di consolare il citato Pietro, seguendo alcuni degli schemi retorici della «consolatio» (così come sono esposti da Curtius). La sventura dei veneziani, i quali peraltro avrebbero riservato il medesimo trattamento ai genovesi, qualora avessero vinto, è frutto della disposizione divina (e non di una negativa congiunzione astrale, si veda il cap. «de fortuna») tesa al raggiungimento del bene dei veneziani stessi, secondo una volontà comunque latrice di giustizia («de iusticia»). Articolata secondo la forma del dialogo, non priva di raffinate argomentazioni, la «consolatio» passa in rassegna ciò che la sconfitta mette a dura prova, facendo intravedere la via del bene e della temperanza, anche nella presente sofferenza. L’opera appare dettata dal grande affetto di Llull verso genovesi e veneziani: sembra addirittura essere all’origine del trattato di pace successivamente firmato tra le due potenze mediterranee.

 

 

 

RUBIO Árquez Marcial (Univ. Napoli Federico II), Un romance sulla conquista di Napoli:’Miraba de Campoviejo’.

 

Il romance «Miraba de Campoviejo el rey de Aragón un día», che Menéndez Pidal consideró contemporaneo ai  fatti che narra, cioè, alla conquista di Napoli  del re aragonese Alfonso V il Magnánimo nel 1442, ebbe una grande fortuna letteraria durante il secolo XVI, conservandosi in varie  collezioni di romances, in pliegos sueltos, etc., oltre a essere stato glossato e servito come base alla contrafacta al divino.

La tematica, lontano dal narrare fatti vittoriosi o bellici, si centra nella tristezza del re per il tempo impiegato in conquistare la cittá e, contemporaneamente, la sua grande soddisfazione per la suddetta conquista. Per questo è intimamente relazionato ad un altro romance, questo di un autore conosciuto, Carvajales, que  narra la tristezza di doña María, sua moglie, per la lunga assenza del re Alfonso. Questa relazione fece sí che Menéndez Pidal pensasse al poeta citato como autore del romance e come prova evidente che il romancero era stato apprezzato prima nella corte aragonese che in quella castigliana.

Oltre alle testimonianze scritte, tutte in castigliano, si conoscono due versioni orali: una in catalano, che presenta sufficienti indizi per supporre una versione scritta anteriore, e un’altra dei gitani andalusi.

La mia comunicazione concepita come il necessario prolegomeno alla edizione critica del  romance, oltre ad informare abbondantemente su tutto ció fin qui scritto, si centrerá nel compendio e studio di tutti i testi -fino ad ora si è editato solo una versione- e, in special modo, nelle relazioni tra la versione castigliana e quella catalana. Per concludere, si fará un breve studio tra il romance e la Storia, centrato in questo caso concreto, al fine di soppesare fino a che punto il romance trasmette, con tutti i filtri che si desiderano, un fatto storico, una realtá piú o meno discutibile.

 

 

 

SALUDES AMAT Anna Maria (Univ. Firenze), Abiti e gioielli nel Curial e Güelfa.

   Negli ultimi anni il Curial e Güelfa viene sempre più letto come una versione riduttiva dell’adattamento di una translatio studii. Forse un percorso sull’estetica dell’abbigliamento e i suoi ornamenti nel Curial e Güelfa possono apportare delle novità interpretative. Tutti sanno che l’abito rappresenta per l’uomo e la donna, una seconda pelle, più bella e più perfetta da presentare al mondo. Notiamo, infatti, appena all’inizio del racconto, quanto si dimostri rilevante l’indumento dei personaggi, in un modo tale da diventare sostegno del filo conduttore della trama e persino culmine degli avvenimenti che si determinano lungo la storia. Si analizzano: un abito femminile in damasco bianco, singolare, tutto ricamato, con la fodera d’ermellino, un fermaglio d’oro in forma di leone, con gli occhi incastonati da due rubini, che custodiscono una lettera d’amore. Armature, elmi, stendardi, corone e diademi, ma anche biancheria intima: camicie e “alcandores” (una sorta di gilet da indossare sulla corazza). Tendaggi e paramenti per le giostre, e per i letti a baldacchino, tutto un insieme di oggetti che costituiscono gli elementi che fissano o rimuovono, ora in maniera positiva, ora negativa, il percorso di formazione che l’eroe Curial deve portare a termine per una fine felice della sua peripezia personale. Il problema di certi anacronismi che presentano alcuni episodi e personaggi realmente esistiti,  ci danno conferma di una volontà da parte dello scrittore nel ricreare un tempo fuori del tempo. Inoltre, il tono elegiaco, che permea qua e là, il testo, ci concede la possibilità di credere che molti indumenti nel Curial e Guelfa sono più un prodotto dell’immaginazione e della fantasia dell’autore, che dell’iconologia letteraria o pittorica che circolava nei suoi tempi. Nell’insieme possiamo affermare che il sistema della moda nel Curial e Güelfa, pur muovendosi nelle coordinate dello stile imperante, con grandi concessioni alla linea della corte di Borgogna ricrea una vera stilizzazione di personalissima e vivace originalità. E ci sembra che per quella forza rappresentativa della loro funzionalità anche simbolica, abiti e gioielli con una lettura attenta della loro parabola, acquistano una potenzialità icastica di grande forza.

 

 

 

SÁNCHEZ PARENT Xabier (Univ. Trento), Ausiàs Marc i la transmissió del poema 86.

 

La meva comunicació té un doble ojectiu: d’una banda, explicar la transmissió del poema Si·m demanau lo greu turment que pas, atribuït a Ausiàs March per la tradició (núm. 86); de l’altra, com a conseqüència lògica de l’acompliment del primer objectiu, plantejar amb nous arguments els controvertits problemes de l’autoria del poema i i de la transmissió del cançoner marquià.

En primer lloc, ressenyaré les notícies que la bibliografia crítica sobre March ofereix en aquest sentit al lector, i que es troben principalment a les publicacions següents: Pagès, Amadeu (1912-1914). Les obres d’Auzias March. Barcelona: Institut d’Estudis Catalans. 2 vols.; Bohigas, Pere (1952-1959). Ausiàs March. Poesies. Els Nostres Clàssics: Col·lecció A, 71-3, 77, 86. Barcelona: Editorial Barcino. 5 vols.; Ferraté, Joan (1979). Les poesies d’Ausiàs March. Sèrie Gran 1. Barcelona: Edicions dels Quaderns Crema. Lv + 513 pp. + separata de iv pp. amb Esmenes i addicions. [19942: liv + 480 pp.]; Archer, Robert (1989). Ausiàs March. Cinquanta-vuit poemes. Textual 1. Barcelona: Edicions 62. 287 pp., Archer, Robert (1992). “Ausiàs March en sus manuscritos”. Dins Antonio Vilanova (ed.). Actas del X Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas. Universitat de Barcelona 21-26 de agosto de 1989. Barcelona: PPU (Promociones y Publicaciones Universitarias). Pp. 103-110; Archer, Robert (1993). “Ausiàs March en sus manuscritos: reevaluación de tres problemas fundamentales”. Hispanófila. Literatura - Ensayos 107 (Chapel Hill, N. C: gen.): pp. 43-57; Archer, Robert (1997). Ausiàs March. Obra completa. Barcelona: Editorial Barcanova. 715 pp. + Apèndix; Di Girolamo, Costanzo (1998). Ausiàs March. Pagine del canzionere. Biblioteca Medievale 7. Milano: Luni Editrice. 400 pp.

En segon lloc, provaré de completar les explicacions ressenyades, d’acord amb els criteris que segueixen:

a) Cens dels testimonis, que inclou l’estudi de la posició del poema.

b) Col·lació dels testimonis, que es relaciona amb l’anàlisi de l’aparat de variants.

Com es veurà més endavant, el resultat d’aquest doble procés expositiu revelarà dades que impliquen una reorientació del problema de l’autoria de 86 i, a més a més, reforcen la hipòtesi proposada per Pagès 1912-1914, i precisada per Ferraté 1979, segons la qual l’obra de March ens ha arribat en dos estrats diferents, que hom identifica amb els dos llibres desenquadernats citats en l’inventari de béns del poeta.

L’estudi de la transmissió del dit poema, que pot semblar, doncs, especialment limitat i reductiu, em permetrà reformular, en canvi, qüestions tan genèriques i carregades de tantes implicacions (i fer-ho a l’empara de proves inèdites!) en termes molt diferents als manejats fins ara per gairebé tota la tradició d’estudis filològics.

 

 

SANNA Mauro (Univ. Sassari), La morte di Mariano d’Arborea nella corrispondenza di Pietro IV d’Aragona.

 

La ricerca storica sulla sfida tra la Corona d’Aragona e l’Arborea durante il XIV secolo ha in Mariano IV di Arborea uno dei punti nodali di studio, eppure ancora si ignora la data di morte di questo personaggio del quale finora si è affermato genericamente che sarebbe morto nel 1376 senza mai apportare dati concreti che avallassero tale ipotesi. Solo Dionigi Scano, senza ancora una volta giustificare l’affermazione, scrisse che Mariano era morto nel 1375.

In seguito a recenti rinvenimenti documentari conseguiti presso l’ACA di Barcellona e il loro incrocio con altra documentazione edita, si è giunti a stabilire che il giudice d’Arborea morì dopo il marzo e prima della fine di maggio del 1375.

 

 

 

Santucci Paola (Univ. Napoli Federico II) e CELENTANO Maddalena (Napoli), Alcune riflessioni su Jacomart e Reixach.

 

Tema centrale della comunicazione sarà il riesame della dibattutta questione storico-critica relativa alla fisionomia artistica e alla produzione pittorica del valenzano Jaime Baco Jacomart, pittore di corte di Alfonso il Magnanimo, e del suo conterraneo Juan Reixach, alla luce di recenti acquisizioni documentarie. Molti sono i punti controversi nella ricostruzione dell’attività dei due artisti che una lunga tradizione critica ha associato in una collaborazione i cui termini sono ancora poco chiari.

Il percorso artistico di Jacomart, svoltosi tra Valenza e Napoli nei decenni centrali del Quattrocento, è noto attraverso i documenti, tuttavia il catalogo dei suoi dipinti è ancora incerto. Risulta difficile, infatti, collegare le opere pervenuteci con quelle citate nelle testimonianze di archivio. Alla stato attuale delle conoscenze, l’unico caso in cui l’identificazione è possibile è costituito dal retablo di Catì, che non contribuisce in maniera risolutiva ad illuminare la fisionomia artistica del maestro: si tratta di un’opera tarda probabilmente lasciata incompiuta dal pittore alla sua morte, avvenuta nel 1461, nella quale è stato riconosciuto un ampio intervento di Juan Reixach.

L’attività di quest’ultimo pittore, stando a quanto emerge dalla documentazione e dai confronti con la sua unica opera firmata, il retablo di Cubells, interferisce in varie occasioni con quella di Jacomart, rendendo problematica l’individuazione dell’apporto personale di ciascun artista. Fino a qualche anno fa la distinzione tra i due era condotta su basi qualitative. A Jacomart, pittore di corte in tutto il reame di Alfonso, la maggior parte degli studiosi assegnava le opere più sostenute – quali il retablo Borgia, il retablo della Santa cena di Segorbe, il S. Benito della cattedrale di Valenza, i SS. Elena e Sebastiano di Jativa – e attribuiva a Reixach la produzione più corrente. Il recente ritrovamento di un documento di pagamento datato 1452 a favore del poco noto Pere Reixach per l’esecuzione del retablo Borgia – tradizionalmente ritenuto il caposaldo della produzione Jacomartiana – ha messo in crisi tale assetto critico ed impone una radicale revisione dell’intera questione. Nell’intervento al presente convegno ci limiterremo ad esaminare gli aspetti salienti del complesso problema riconsiderando, innanzitutto, la figura di Jacomart, diventata ancora più sfuggente in seguito a tale ritrovamento documentario, per verificare la possibilità di rintracciare la sua produzione anteriore al periodo napoletano. A tale fine analizzeremo l’intero corpus di dipinti sommariamente riuniti sotto l’etichetta critica di “bottega di Jacomart-Reixach” e una serie di opere facenti capo all’Annunciazione del Museo Pio V di Valenza. Per quanto riguarda il retablo Borgia e le opere che più strettamente ad esso si legano, una volta revocata in dubbio la paternità jacomartiana, restano da spiegare gli evidenti contatti tra queste e la produzione artistica napoletana di ambito colantoniano, in relazione all’emergente e pressocché sconosciuta figura di Pere Reixach. Riconsidereremo, infine, la produzione di Juan Reixach nel quadro delle relazioni artistiche tra Napoli eValenza, focalizzando l’attenzione sulle affinità tra alcuni suoi dipinti valenzani  e le miniature del libro d’ore di Alfonso il Magnanimo.

 

 

 

SENATORE Francesco (Napoli) e MONTUORI Francesco (Napoli), Lettere autografe di Ferrante d’Aragona.

 

L’intervento presenta un volume, in preparazione, dedicato alle lettere autografe in volgare scritte da Ferrante d’Aragona, re di Napoli, a Francesco Sforza (e a qualche altro corrispondente italiano) nel periodo1458-65. Le lettere, tutte inedite (circa 50) sono conservate prevalentemente nel carteggio sforzesco (Archivio di Stato di Milano). Come è noto, in genere la corrispondenza autografa tra sovrani era limitata a brevissime comunicazioni, raccomandazioni, credenziali per personaggi di riguardo, assolveva cioè ad una funzione ausiliaria rispetto alla corrispondenza e alla diplomazia ufficiali. L’effettiva comunicazione (di notizie, di decisioni) era demandata alle lettere scritte dai segretari o dagli ambasciatori. In questo caso, invece, i testi hanno un’estensione e una complessità assolutamente inusuali, che sono giustificate dal particolare legame di alleanza e di amicizia tra il re e Francesco Sforza, duca di Milano, nei difficili anni della guerra dei baroni e dell’invasione nel regno di Giovanni d’Angiò. Scrivendo di sua mano con notevole frequenza, Ferrante assolveva ad una funzione comunicativa che era tradizionalmente delegata al contatto de visu, alla dimensione dell’oralità. I messaggi veicolati dalle sue lettere autografe trovano infatti puntuale corrispondenza nei colloqui assai riservati del sovrano, riferiti fedelmente, spesso in lettere cifrate, dagli ambasciatori sforzeschi accreditati a Napoli. Il corpus documentario risulta perciò di notevole interesse per la conoscenza di Ferrante, della sua formazione e cultura grafica, linguistica, retorica; oltre che della scripta utilizzata in quegli anni alla corte napoletana, in cui era ancora forte la presenza catalana.

Analizzando alcune lettere esemplari, per le quali è possibile il confronto con quanto contemporaneamente riferito dall’ambasciatore sforzesco, si affronteranno in particolare le seguenti questioni: influenze catalane sulla scripta di Ferrante; tipologia dei suoi atti comunicativi, loro efficacia e modalità; individuazione dei topoi più frequenti e delle argomentazioni sostanziali.

 

 

 

SERRA Maria Antonietta (Cagliari), Argenti sardo-catalani fra medioevo ed età moderna (fine XIV-inizi XVII secolo).

 

L’attività delle botteghe orafe ha un ruolo fondamentale nel panorama storico-artistico della Sardegna. Gli argenti sardi sono infatti documenti di primaria importanza, che permettono confronti con tutta l’area continentale dalla fine del XIV al XIX secolo, per puntuali riferimenti all’oreficeria germanica, ispamica, napoletana e siciliana, romana, genovese e piemontese. In questa sede si vuole portare l’attenzione sulla possibilità di distinguere la componente catalana, già individuata dagli studiosi per lo scorcio del XIV secolo, quale elemento caratterizzante la produzione orafa isolana.

Dopo il suo ingresso a Cagliari, Alfonso d’Aragona volle regolamentare (1329-31) la produzione di oggetti d’argento imponendone la marcatura. Ciò ha permesso di ricostruire l’attività delle botteghe orafe sarde attraverso lo studio dei punzoni civici (dove presenti), unito all’attenta analisi stilistica che ha messo in evidenza il prevalere della componente catalana nel gusto degli orafi sardi.

Si possono citare in proposito alcuni esemplari arredi liturgici di produzione sarda, per i quali esistono puntuali riferimenti in ambito catalano: la Croce astile d’argento della chiesa di S. Francesco di Oristano, punzonata ARBOR, che deriva chiaramente da quella del Vilardell nella Cattedrale di Barcellona e da quella di Perelada, entrambe della fine del XIV secolo. Poiché rivela una struttura che sviluppa coerentemente i prototipi decorativi, possiamo datare la Croce di Oristano tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo. Legata allo stesso clima culturale è pure la Croce d’altare dell’ex Cattedrale di Ottana, in lamina d’argento dorato, anch’essa punzonata ARBOR in caratteri gotici, nella quale, quasi a stabilire una precisa cifra iberica, si può notare il motivo del riquadro all’intersezione dei bracci, che la accomuna al reliquiario in oro massiccio fatto eseguire a Barcellona nel 1326 dall’arcivescovo Joan de Aragó per il legno della Vera Croce. Altri importanti oggetti, prodotti dalle botteghe sarde, consentono di approfondire e confermare lo stretto e complesso legame che unisce la Sardegna alla Catalogna, di cui si intende dar conto per rimarcare il ruolo non secondario dell’argenteria nella storia dell’arte isolana.

È possibile inoltre istituire interessanti paralleli tra opere di argenteria giunte fino a noi e oggetti analoghi rappresentati nella pittura sardo-iberica del XVI secolo. é il caso di alcune tavole del pittore cagliaritano Pietro Cavaro, che svolse il suo apprendistato a Barcellona, e dei suoi seguaci della cosiddetta «Scuola di Stampace».

È necessario infine esaminare le vie e i modi attraverso i quali gli stilemi rinascimentali e barocchi giunsero nell’isola, e il ruolo svolto dalla cultura del Levante spagnolo nel processo evolutivo che vede la produzione orafa in Sardegna mantenere caratteri tardogotici, in associazione sincretica, sino agli inizi del XVII secolo.

 

 

 

SPANU Gian Nicola (Univ. Sassari), La cappella musicale di Ferdinando II d’Aragona.

 

Dalla documentazione conservata presso l’Archivio della Corona d’Aragona si traggono preziose informazioni sul funzionamento della cappella musicale aragonese anche durante il regno di Ferdinando II che, in seguito al matrimonio con Isabella di Castiglia continuò a mantenere una propria cappella distinta da quella castigliana, così come istituzionalmente rimasero distinti i due regni iberici.

Si propone dunque una panoramica sulla consistenza, le funzioni della cappella catalano- aragonese tra Quattro e Cinquecento con particolare riguardo alla presenza di musici e funzionari di provenienza italiana.

 

 

 

TAVANI Giuseppe (Univ. Roma La Sapienza), Il Cariteo, il Canzoniere M e la poesia provenzale tra Napoli e Roma.

 

 

 

TURTAS Raimondo (Univ. Sassari), La lunga storia della bolla di infeudazione della Sardegna a Giacomo II d’Aragona da parte di Bonifacio VIII (1297-1726)

 

Non si contano le volte in cui i pontefici romani richiamarono, soprattutto durante il secolo XIV, i re d’Aragona all’osservanza delle condizioni stabilite dalla bolla di infeudazione concessa da Bonifacio VIII (Roma, 4 aprile 1297), in particolare quando si trattava della puntualità del pagamento annuo dei 2000 marchi d’argento. Questi richiami diventano invece molto sporadici nel XV secolo e scompaiono del tutto durante il XVI e il XVII. Non solo: ogni accenno alla bolla d’infeudazione è assente persino in documenti –come la concessione ai sovrani spagnoli del diritto di patronato e di presentazione dei vescovi per le sedi vacanti nell’isola- nei quali ci si sarebbe aspettato almeno una qualche allusione. Il silenzio viene rotto improvvisamente quando Vittorio Amedeo II di Savoia, diventato re di Sardegna, intende succedere ai sovrani iberici anche nei prilegi di patronato e di presentazione: durante le lunghe trattative (1720-1726), la Santa Sede «pretese» che il nuovo re di Sardegna accettasse di ricevere una nuova bolla di infeudazione, analoga a quella concessa nel 1297, se voleva ottenere i privilegi ecclesiastici desiderati.

 

 

 

VARVARO Alberto (Univ. Napoli Federico II), Tirant e la narrativa francese del Quattrocento.

 

Fin dal notissimo passo di Cervantes, i lettori del Tirant lo Blanc ne hanno sottolineato la differenza rispetto al romanzo cavalleresco, da un lato, e rispetto al romanzo arturiano, dall’altro. Elemento essenziale di tale differenza è apparso il realismo del Tirant, se ci si consente una parola quanto mai ambigua, ma che gli studiosi almeno in questo caso hanno cercato di definire con precisione.  Il maestro che meglio conosce la letteratura europea del medioevo, Martí de Riquer, ha distinto con chiarezza tra ‘romanzo arturiano’, ‘libro di cavalleria’ e ‘romanzo cavalleresco’, precisando che il Tirant si colloca in quest’ultima categoria, che include anche il francese Jehan de Saintré ed il catalano Curial i Güelfa.  Su questo sfondo il Tirant si stacca con caratteri fortemente innovativi, come opera eccezionale ed unica.  La nostra comunicazione non intende mettere in discussione queste acquisizioni, ma mostrare che il panorama della narrativa  europea alla metà del Quattrocento era parecchio più variato di quanto non si sia ricordato finora e presentava testi (di larga fortuna allora e poi dimenticati) con caratteristiche alquanto più vicine al Tirant.  Muta così lo sfondo su cui il romanzo catalano va collocato e si pone il problema di valutarne da capo l’importanza storico-letteraria, che forse è più nella qualità della realizzazione che in presunte novità tematiche e di impostazione.

 

 

 

VOZZO MENDIA Lia (Univ. Napoli Federico II), La poesia di Andreu Febrer.

 


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