Presentazione

Indice dei nomi

Cronologia

Discipline

Quadri

 

 

 

 

 

 

Università degli Studi di Napoli Federico II

Dipartimento di Studi umanistici

Sezione di Filologia moderna: italianistica, letterature europee e linguistica

 

 I nostri antenati


Ritratti di docenti della Sezione

o di titolari in passato di insegnamenti ora ad essa afferenti


Presentazione

La Sezione di Filologia moderna: italianistica, letterature europee e linguistica dell’Università di Napoli Federico II riunisce una pluralità di insegnamenti che in altri atenei sono di solito ricompresi in strutture diverse e che vanno dall’italianistica alla filologia germanica e romanza, dalla linguistica storica, teorica e applicata alle lingue e alle letterature straniere. La compresenza in uno stesso ambiente di discipline che in qualche caso possono apparire perfino remote l’una rispetto all’altra va considerata come una ricchezza in termini di stimoli e di dialogo tra gli studiosi e già caratterizzava il vecchio Istituto di Filologia moderna, da cui negli anni ottanta ha preso vita, inglobando anche il piccolo Istituto di Glottologia, la struttura dipartimentale omonima, confluita nel 2013 nel nuovo Dipartimento di Studi umanistici. È perciò comprensibile che la Sezione abbia alle sue spalle una tradizione di studi alquanto ingombrante, della quale deve sentirsi erede e custode, conservandone la memoria.

La storia, per singoli medaglioni di docenti, che qui di esso si propone ha come punto di partenza l’Unità d’Italia: è infatti proprio nel 1861 che Luigi Settembrini, tornato a Napoli dall’esilio l’anno prima, sale sulla cattedra di Letteratura italiana. Tuttavia, più che simbolico o arbitrario, questo punto di partenza è per così dire forzato, a causa dello stato di grave crisi in cui versavano, prima delle riforme volute da Francesco De Sanctis e da Ruggero Bonghi, ampi settori dell’Ateneo napoletano, a cui avevano tolto terreno i collegi religiosi e le scuole private, sia pure di prestigio, come quella di Basilio Puoti: si ricordi ad esempio che né Settembrini né De Sanctis né Zumbini, né tantomeno Imbriani, avevano alle spalle regolari studi universitari. Quanto a glorie più vetuste, come Giambattista Vico (lui invece sì, laureato: in diritto canonico e civile), titolare dal 1699 alla morte della cattedra di Eloquenza, si pone il problema di una plausibile corrispondenza delle denominazioni antiche con i moderni insegnamenti.

La nostra ricerca, avviata nel 2010, è e resterà per sua natura aperta: in primo luogo perché non sarà operazione né rapida né agevole mettere l’una accanto all’altra tutte le tessere del mosaico; e poi perché nuovi ritratti si aggiungeranno anno dopo anno ai ritratti già esposti. Intendiamo infatti per ‘nostri antenati’ tutti i docenti, non più viventi o collocati a riposo, che abbiano tenuto a qualsiasi titolo, per almeno un anno accademico, un insegnamento ora afferente alla Sezione. È superfluo aggiungere che il termine ‘antenato’ va inteso, per quanti si sentono e sono tuttora degli studiosi attivi, in un’accezione affettuosamente scherzosa; come è altrettanto ovvio, per i docenti a noi meno vicini nel tempo, che lo stesso termine serve a sottolineare non la loro distanza, bensì la nostra appartenenza a una tradizione di studi che non può non dirsi, nel suo complesso, di eccellenza sul piano nazionale e internazionale.

Sfogliando queste pagine, per quanto ancora lacunose, emergono con una certa chiarezza alcune tendenze, che spesso caratterizzano estesi segmenti temporali. Prima tra tutte, all’incirca fino alla metà del Novecento, la scarsa stanzialità dei professori, che si spostano su e giù per l’Italia senza alcuna possibilità di pendolarismo, a volte come insegnanti nelle scuole superiori o funzionari dello Stato ancor prima di accedere alla docenza universitaria; e naturalmente il nomadismo riguarda anche gli scolari formatisi a Napoli e migrati altrove. Forse su questo si può riflettere: negli ultimi decenni lo scambio del personale universitario tra gli atenei si è ridotto di molto rispetto al passato e non è detto che ciò sia un dato positivo ai fini della circolazione delle idee e dei metodi.

Si scorgono alcune direttrici che congiungono Napoli con altre sedi: vistosissima quella che fa capo a Torino, specie, ma non solo, per la linguistica (Lignana, Kerbaker, Merlo, Serra, Bonfantini); poco caratterizzata quella romana (Bottacchiari, Guidi, Cento, Zagari, Malato, Albano Leoni); più esile la direttrice nord-orientale, ovvero viennese nel caso di Bertoldi, allievo di Meyer-Lübke, padovana in quello di Toffanin; mentre un canale particolare si stabilisce con le università siciliane: passano per la Sicilia, prima di arrivare a Napoli, Pieri (Catania), Levi D’Ancona (Palermo), Maione (Messina e Palermo), Toffanin (Messina), e siciliani, sebbene di varia formazione, sono Battaglia, Catalano, Orlando e Varvaro; un percorso inverso segue invece Ribezzo (da Napoli a Messina e a Palermo). Dunque, frequenti cambi di sedi, ma anche cambi di discipline: non sono infatti pochi, soprattutto nella prima metà dello scorso secolo, quanti abbandonano la formazione d’origine per abbracciare nuovi studi: lo faranno, tra gli altri, Foligno, Manacorda, Bottacchiari, Lo Gatto, Maione, Bonfantini, Catalano.

Un’ultima riflessione riguarda i legami invisibili, ma in più casi molto forti, lasciati da professori che hanno insegnato qui, sia pure solo per un breve periodo: questo è facilmente verificabile per i decenni più vicini a noi, ma è stato certo così anche per il passato. La fisionomia di un ambiente di studio e di ricerca risulta quindi da una stratificazione di lasciti accumulatisi nel corso degli anni e si articola in una rete ideale che prescinde dai luoghi concreti e dalle presenze fisiche. Scopo di queste pagine è appunto quello di far conoscere, a quanti ci visiteranno e a noi stessi, una storia complessa che va molto indietro nel tempo e che merita di essere ricordata.

C. Di Girolamo


Avvertenze

5.5.2011

15.12.2012

1.3.2013